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Nel cuore della Serbia, a Kostolac, gli archeologi hanno scoperto i resti di un antico anfiteatro romano: Viminacium. Le pareti dell'arena, un tempo coperte da vivaci dipinti, raccontano storie di spettacoli, battaglie e miti. Per capire quali pigmenti usavano gli artigiani romani, gli studiosi hanno combinato diverse tecniche: l'analisi chimica con EDXRF, la diffrazione a raggi X (XRD) e le spettroscopie Raman e FTIR.

I risultati sono sorprendenti: oltre ai classici colori della terra – giallo, rosso, marrone e verde – sono emersi pigmenti più pregiati. Il blu egiziano, ottenuto da rame, e il lapislazzuli, una pietra semipreziosa proveniente probabilmente dall'Afghanistan, dimostrano che i romani importavano materiali da lontano per rendere le loro scenografie più spettacolari. Anche il cinabro, un rosso intenso a base di mercurio, è stato identificato, confermando l'uso di colori costosi.

Le analisi hanno suggerito che alcuni pigmenti derivassero da sedimenti marini, mentre altri da rocce di regioni diverse, indicando una rete commerciale estesa. Questo non solo arricchisce la nostra conoscenza delle tecniche artistiche romane, ma aiuta a ricostruire il ruolo degli anfiteatri nella vita provinciale del Danubio. In pratica, le pareti dipinte di Viminacium ci mostrano come l'arte, la scienza e il commercio si intrecciassero per creare spettacoli indimenticabili.

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Le analisi spettroscopiche hanno permesso di identificare le vibrazioni molecolari caratteristiche di ciascun pigmento. Il Raman ha rivelato i picchi a 150 cm⁻¹ e 430 cm⁻¹ tipici del lapislazzuli, confermando la presenza del minerale lazurite, composto da sodio, alluminio, silice e zolfo. L'FTIR ha mostrato bande di assorbimento intorno a 1400 cm⁻¹, tipiche dei carbonati presenti nei pigmenti a base di calcite usati come leganti. L'EDXRF ha quantificato gli elementi metallici: alti livelli di Cu indicano l'uso di vernice a base di rame per il blu egiziano, mentre la presenza di Hg suggerisce l'impiego di cinabro, un pigmento rosso molto costoso per l'epoca. La diffrazione a raggi X (XRD) ha confermato la cristallinità dei composti, distinguendo tra la struttura monoclinica del cinabro (HgS) e la struttura esagonale del lapislazzuli. L'origine dei materiali è stata ipotizzata confrontando le tracce isotopiche con campioni di riferimento: i sedimenti marini, ricchi di fosfati, potrebbero derivare dalle coste adriatiche, mentre le rocce contenenti lapislazzuli sono tipiche delle miniere di Badakhshan. Queste evidenze suggeriscono che Viminacium fosse inserito in una rete commerciale che collegava l'Impero romano a rotte marittime e terrestri, permettendo l'accesso a pigmenti di alta qualità per decorare gli spazi pubblici. L'uso di tali colori non era solo estetico: il blu egiziano, ad esempio, era associato a divinità marine e al potere imperiale, mentre il lapislazzuli simboleggiava ricchezza e prestigio. Questo studio multidisciplinare dimostra come la chimica, la mineralogia e l'archeologia possano collaborare per ricostruire non solo la composizione materiale, ma anche il contesto culturale di antichi luoghi di spettacolo.

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Fonti

Autori:
Dragana GavrilovićIvan BogdanovićVelibor AndrićMaja Gajić-Kvaščev
Data Pubblicazione:
Articolo Originale www.mdpi.com
Verifica editoriale completata il 27/05/2026
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Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

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