Il cambiamento climatico non è solo una questione di temperature più alte o uragani più forti: sta anche mettendo a rischio i monumenti, i musei e le tradizioni che raccontano la nostra storia. Per capire meglio questi pericoli, gli esperti hanno creato più di 80 schemi di valutazione del rischio (RAFMs). Questi strumenti combinano le proiezioni del clima dell’IPCC con le linee guida internazionali, come il Sendai Framework e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. In pratica, si analizzano tre elementi chiave: il pericolo (es. alluvioni, ondate di calore), l’esposizione (quanti beni culturali sono colpiti) e la vulnerabilità (quanto sono sensibili o poco protetti). Alcuni RAFMs hanno dimostrato buone pratiche, come coinvolgere le comunità locali, usare scenari climatici diversi e considerare rischi a più scale (dal quartiere al paese). Tuttavia, restano delle lacune: le definizioni di vulnerabilità sono spesso confuse, i metodi sono troppo specifici per un singolo caso e poco si parla del patrimonio intangibile, come le tradizioni orali. Per rendere la protezione più efficace, gli studiosi propongono di standardizzare i criteri, favorire la collaborazione tra climatologi, archeologi e amministratori, e tradurre i risultati in piani d’azione concreti. Così, i nostri tesori potranno resistere anche a un clima in rapido mutamento.
Le 86 metodologie di valutazione del rischio (RAFMs) analizzate nello studio si distinguono per la loro struttura concettuale, che si basa sul modello triadico pericolo‑esposizione‑vulnerabilità (PEV) proposto dall’IPCC. Tuttavia, la revisione evidenzia una notevole eterogeneità nella definizione di vulnerabilità: alcuni RAFMs la equiparano a debolezza strutturale, altri la associano a fattori socio‑economici, creando difficoltà di comparabilità. Un altro punto critico è la scarsa integrazione del patrimonio intangibile (rituali, linguaggi, pratiche artistiche) nei modelli, che rimangono focalizzati su beni materiali. Per colmare queste lacune, gli autori suggeriscono l’adozione di un vocabolario comune, ispirato alle linee guida del Global Framework for Disaster Risk Reduction, e l’uso di scenari climatici multipli (RCP 2.6, 4.5, 8.5) per valutare la sensibilità a lungo termine. Inoltre, la partecipazione attiva di stakeholder locali – curatori, comunità indigene, amministratori – è ritenuta fondamentale per raccogliere dati di esposizione più accurati e per definire soglie di vulnerabilità culturalmente rilevanti. L’interdisciplinarità è un altro pilastro: l’integrazione di modelli idrologici, termici e di erosione con analisi archeologiche permette di simulare impatti su scala micro (es. deterioramento di affreschi) e macro (es. perdita di interi siti archeologici). Infine, la standardizzazione dei risultati in formati aperti (GeoJSON, CSV) favorisce la condivisione tra istituzioni e la creazione di banche dati globali, indispensabili per monitorare l’evoluzione del rischio climatico sul patrimonio culturale a livello planetario.
