L’obesità non è solo un problema di peso: colpisce anche il cervello, soprattutto la corteccia prefrontale, responsabile di apprendimento e memoria. Per capire se due farmaci potevano contrastare questi effetti, gli scienziati hanno usato ratti di razza Lewis alimentati con una dieta ricca di grassi, che li ha resi obesi. I topi hanno ricevuto per 30 giorni lorcaserina, un agonista del recettore 5‑HT2C, e betahistina, che stimola gli H1 e blocca gli H3, somministrati tramite micro‑pompe impiantate.
Tre test comportamentali hanno valutato la loro capacità cognitiva: il labirinto a Y, il riconoscimento di oggetti nuovi e il test “object‑in‑place” (OIP), quest’ultimo particolarmente sensibile alle funzioni della corteccia prefrontale. I ratti obesi hanno mostrato un punteggio più basso nell’OIP, mentre nei primi due test si comportavano come i ratti normali. Quando i due farmaci sono stati somministrati insieme, i punteggi OIP dei ratti obesi sono migliorati significativamente, avvicinandosi a quelli dei controlli.
Sorprendentemente, il peso corporeo non è cambiato, né le misure fisiche associate all’obesità. Tuttavia, le registrazioni elettrofisiologiche hanno rivelato che nella zona ventrale tegmentale (VTA) gli animali obesi avevano meno neuroni dopaminergici attivi. La combinazione di lorcaserina e betahistina ha aumentato il numero di questi neuroni, suggerendo che il recupero cognitivo potrebbe dipendere da una maggiore attività dopaminergica mesocorticale. In sintesi, la terapia combinata sembra capace di invertire i deficit cognitivi legati all’obesità, aprendo nuove strade per trattamenti mirati al cervello.
