Negli anni ’70, quando la Spagna usciva dal regime franchista, la scena artistica era ancora un territorio selvaggio, senza musei solidi né canali di distribuzione affidabili. In questo contesto nasce la Buades Gallery, fondata da Mercedes Buades a Madrid. Lì, la galleria non era solo un negozio d'arte: diventò un vero e proprio hub per il concettualismo spagnolo, un movimento che puntava più sull'idea che sul supporto materiale.
Grazie a una rete di relazioni – tra curatori, artisti emergenti e intellettuali – Buades riuscì a creare un “circuito” alternativo dove le opere potevano circolare, essere viste e discusse. Il suo ruolo è stato analizzato con gli strumenti della sociologia dell'arte di Pierre Bourdieu: la galleria ha generato capitale simbolico, cioè prestigio e riconoscimento, senza basarsi solo sulle vendite.
Dal punto di vista femminista, Mercedes è stata una figura chiave, spesso invisibilizzata nella storia dell'arte. Ha promosso artiste donne e ha sfidato le strutture patriarcali del mercato dell'arte, aprendo spazi di visibilità per voci altrimenti marginalizzate.
Il risultato? Una rete di visibilità che ha sostenuto l'arte sperimentale, ha alimentato dibattiti critici e ha contribuito a definire l'identità della contemporaneità spagnola. Anche se la galleria ha chiuso nel 2003, il suo modello di pratica – più orientato al sostegno culturale che al profitto – rimane un esempio di come un piccolo spazio possa influenzare un’intera scena artistica.
