Immagina una foresta che vive con i piedi nell'acqua salata e le braccia al cielo: sono le mangrovie, veri polmoni blu del pianeta. Ma cosa succede quando un vicino ingombrante, come una centrale termoelettrica, inizia a soffiare fumo e polveri sottili sulle loro foglie? Un team di ricercatori se l'è chiesto nella laguna di Tampamachoco, in Messico, un sito Ramsar protetto ma non immune allo smog.
Hanno messo sotto esame quattro specie, misurando un "indice di tolleranza" (APTI) basato su clorofilla, vitamina C, acidità e acqua nelle foglie. Il verdetto? La stagione secca è la peggiore: l'aria è densa di PM, le foglie perdono colore e difese antiossidanti. Con le piogge, invece, la natura fa il suo corso e i valori risalgono.
Non tutte le mangrovie reagiscono allo stesso modo. L'Avicennia germinans (mangrovia nera) è la più sensibile: il suo indice crolla a 6,7. Fa da "sentinella", segnalando subito l'allarme inquinamento. La Conocarpus erectus (mangrovia bottoncino) è la dura del gruppo, toccando 8,5. In mezzo stanno Rhizophora mangle (rossa) e Laguncularia racemosa (bianca), stabili ma vigili.
Il segreto della resistenza? Tutto sta nell'acqua immagazzinata nelle foglie e nella vitamina C, scudo naturale contro lo stress ossidativo. Questo studio dimostra che l'APTI è uno strumento formidabile per fare la "tac" alla salute di queste foreste costiere, minacciate da fabbriche e città. Proteggerle significa difendere le nostre coste e il clima.
