Le risonanze magnetiche (MRI) mostrano dettagli del cervello, ma distinguere un tumore richiede tempo e occhio esperto. Le reti neurali profonde hanno rivoluzionato questo compito, ma hanno un difetto: hanno bisogno di tantissime immagini già etichettate, e prepararle è costoso e delicato. Ecco perché gli scienziati stanno puntando sul "semi-supervised learning", una strategia che combina pochi esempi certificati con una grande quantità di immagini non etichettate.
Una tecnica popolare è il pseudo‑labeling: la rete, dopo un primo allenamento, assegna a immagini non etichettate delle etichette provvisorie, che poi vengono usate per affinare il modello. Un’altra è la "consistency regularization", che spinge la rete a dare risposte simili anche se l’immagine è leggermente modificata (rumore, rotazioni). I GAN (Generative Adversarial Networks) creano immagini sintetiche di tumori, arricchendo il set di allenamento. Il contrastive learning, invece, insegna al modello a distinguere tra regioni simili e diverse, migliorando la capacità di riconoscere i bordi tumorali. Infine, approcci olistici combinano più di queste idee in un unico framework.
Studi recenti mostrano che, con solo il 10‑20 % di dati etichettati, questi metodi raggiungono performance pari o superiori a quelle delle reti completamente supervisionate. Il risultato è una diagnosi più veloce e meno dipendente da specialisti, aprendo la strada a sistemi di supporto clinico più accessibili.
