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Immagina di tenere in mano una stampa giapponese del XIX secolo: i colori sono vividi, lo sfondo brilla come argento sotto la luce. Per secoli quel luccichio è stato un mistero, ma oggi la fisica ci dà la risposta. Al Museo delle Culture di Lugano, dieci preziose ukiyo-e sono state "scannerizzate" senza toccarle, usando luce infrarossa e ultravioletta. È come fare una radiografia all'opera d'arte: nessun ago, nessun prelievo, solo luce.

I risultati sono un tuffo nella chimica tradizionale. I pigmenti arrivano dalla natura: l'akane (robbia) per i rossi, il suo (legno di sappan) per i viola, il kariyasu (una graminacea) per i gialli, e il kio (orpimento) per gli arancioni. Tutto legato da colla animale. La star però è il bero-ai, il blu di Prussia: arrivato dall'Europa, ha conquistato gli artisti giapponesi per la sua intensità e basso costo, usato puro o mescolato per creare verdi e viola.

La vera scoperta? La mica. Trovata nello sfondo di una stampa, è la prima prova scientifica della tecnica *kirazuri*: polvere di mica sparsa sulla carta bagnata per imitare lo scintillio di metalli preziosi o la neve. La luce UV ha poi rivelato vecchi danni d'acqua e motivi svaniti, mappe invisibili per restaurare il passato. La tecnologia non distrugge la magia, la spiega.

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L'indagine, pubblicata su *Heritage*, ha impiegato spettroscopia infrarossa a riflessione esterna (ER-FTIR) e imaging iperspettrale per superare i limiti delle analisi invasive. La ER-FTIR permette l'identificazione molecolare di leganti organici (proteine della colla animale) e pigmenti inorganici/organici direttamente sul verso e sul recto dell'opera. L'identificazione della mica (probabilmente muscovite) conferma analiticamente il *kirazuri* ("stampa luccicante\)), tecnica decorativa nota solo da fonti storiche e osservazione visiva, usata per effetti *mica-bokashi* (sfumature mica).

La pervasività del blu di Prussia (ferrocianuro ferrico, Fe4[Fe(CN)6]3) segna una svolta tecnologica nel periodo Edo tardivo (post-1829), sostituendo parzialmente l'indaco e il blu diurno (ai) per stabilità e costo. L'imaging a fluorescenza UV (UVF) ha mappato la degradazione foto-ossidativa dei coloranti organici (gialli/rossi da piante) e l'ossidazione dell'orpimento (As2S3) in arsenolite, oltre a evidenziare macchie d'acqua (tideline) e interventi passati. Questo approccio multimodale non invasivo definisce un protocollo standard per la diagnostica su carta giapponese, supportando decisioni conservative basate su evidenze chimico-fisiche oggettive.

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Fonti

Autori:
Laura RampazziValentina BrunelloFrancesco Paolo CampioneCristina CortiLudovico GeminianiSandro RecchiaMoira Luraschi
Data Pubblicazione:
Articolo Originale www.mdpi.com
Verifica editoriale completata il 26/07/2026
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Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

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