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Nel deserto del Nevada, tra le rocce del White River Narrows, gli archeologi hanno scoperto qualcosa di sorprendente: i suoni che vi si propagano sono molto diversi da quelli di altri siti sacri. Il team, nel 2024, ha registrato impulsi acustici in vari punti del sito 26LN211, il più a nord del distretto archeologico. A differenza di altre aree, dove l'eco rimbalza per ore, qui il suono viaggia quasi senza riflessioni. Questo significa che le parole, le canzoni o i racconti narrati in quel luogo avrebbero potuto essere ascoltati chiaramente da tutti i presenti, senza il riverbero tipico di cerimonie più “spettacolari”.

Gli studiosi ipotizzano che gli antichi Southern Paiute e Western Shoshone abbiano scelto questo punto per raccontare storie, cantare o svolgere rituali più intimi, dove la chiarezza della voce era fondamentale. Sopra il sito, sono state trovate strutture legate a vision quest, ma le misurazioni non mostrano un legame acustico diretto con i petroglifi. In altre parole, la sacralità del luogo sembra più legata al suo isolamento sonoro che a un effetto di riverbero.

Confronti con altri luoghi indigeni confermano che l’acustica ha sempre influenzato la scelta dei luoghi sacri. Questi risultati aprono nuove domande su come suono e arte rupestre si siano intrecciati nella vita quotidiana dei popoli nativi, e sottolineano l’importanza di proteggere questi paesaggi sonori unici.

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L’archeoacustica, disciplina emergente, combina metodi di geofisica, fonetica e archeologia per ricostruire l’esperienza sonora dei luoghi antichi. Nel caso di 26LN211, le registrazioni di risposta all’impulso (IR) sono state effettuate con microfoni omnidirezionali a 1 m, 5 m e 15 m dal pannello di petroglifi, usando un pistone di aria compressa per generare un impulso impulsivo. L’analisi spettrale ha mostrato una risposta in frequenza piatta tra 500 Hz e 2 kHz, la gamma vocale umana, con tempi di riverberazione (RT60) inferiori a 0,3 s, molto più brevi rispetto ai 1,2‑2,0 s tipici di altri siti WRN. Tale assenza di riverberazione suggerisce una superficie rocciosa più porosa o una configurazione topografica che favorisce l’assorbimento acustico, probabilmente dovuta a una combinazione di fratture micro‑strutturali e vegetazione interstiziale. Inoltre, la modellazione a elementi finiti (FEM) ha evidenziato che le pareti laterali del canyon fungono da “schermi acustici”, riducendo la diffusione laterale del suono. Dal punto di vista culturale, la chiarezza sonora avrebbe facilitato la trasmissione di narrazioni orali, cruciali per la conservazione della memoria collettiva. Le strutture di vision quest, sebbene non acusticamente collegate, potrebbero aver sfruttato la stessa isolazione sonora per favorire stati meditativi. Questi risultati supportano l’ipotesi che gli antichi costruttori di petroglifi avessero una consapevolezza pratica, se non teorica, delle proprietà acustiche del loro ambiente, integrando arte visiva e sonora in un unico paesaggio culturale.

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Fonti

Autori:
Julia LeydaMaria Sulimma
Data Pubblicazione:
Articolo Originale www.mdpi.com
Verifica editoriale completata il 16/04/2026
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Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

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