In Cina la stampa vale più di un trilione di yuan all'anno, ma dietro a questi numeri c'è un problema invisibile: le emissioni di composti organici volatili (VOC). Questi gas, rilasciati durante la stampa, reagiscono con l'ozono e peggiorano la qualità dell'aria. Uno studio recente ha analizzato i dati di 14 città, suddivise tra Delta del Fiume Perla, Delta del Fiume Yangtze e la zona del Mar di Bohai. I risultati mostrano che gli ossigenati (OVOC) rappresentano la maggior parte delle emissioni, dal 45% all'81% del totale. I due protagonisti sono l'isopropanolo (≈29%) e l'acetato di etile (≈24%).
Le differenze regionali sono marcate: a Changsha, dove domina la stampa a rotocalco, il potenziale di formazione dell'ozono (OFP) è il più alto, con valori fino a 643 mg·m⁻³. Altre città, con inchiostri a base d'acqua, registrano OFP più basse.
Per ridurre l'impatto, le tecnologie di controllo sono cruciali. Il 68% delle tipografie usa carbone attivo granulare, che cattura solo il 40‑75% dei VOC. I sistemi a ossidazione termica rigenerativa (RTO) superano il 90% di efficienza, ma sono ancora poco diffusi.
Gli autori propongono tre azioni: passare a inchiostri a base d'acqua nei processi più inquinanti, installare tecnologie con più dell'80% di rimozione e adottare monitoraggi in tempo reale. Solo così la stampa potrà continuare a crescere senza avvelenare l'aria.
