Il dolore alla spalla è una delle lamentele più comuni tra gli adulti, ma anche i giovani sportivi ne soffrono spesso. Quando i farmaci e la fisioterapia non bastano, i medici ricorrono a una tecnica chiamata ablazione a radiofrequenza (RFA) del nervo sovrascapolare. In pratica, un piccolo ago rilascia onde elettromagnetiche che “spegono” temporaneamente il segnale di dolore trasmesso dal nervo. Uno studio retrospettivo condotto dal gruppo UW Health ha analizzato 31 interventi effettuati tra il 2017 e il 2024. Prima dell’intervento i pazienti valutavano il loro dolore con un punteggio medio di 6,08 su 10; dopo la RFA il punteggio è sceso a 2,95, con un miglioramento medio del 63 %. I benefici sono durati in media tre mesi, anche se cinque trattamenti non hanno prodotto alcun cambiamento. I ricercatori hanno concluso che la RFA è una valida alternativa per chi non risponde ai trattamenti tradizionali, pur riconoscendo i limiti di uno studio retrospettivo. In futuro, studi più ampi e controllati potrebbero confermare se questa tecnica possa diventare una soluzione a lungo termine per il dolore cronico alla spalla.
L’ablazione a radiofrequenza (RFA) agisce mediante la generazione di un campo elettromagnetico ad alta frequenza (solitamente 500 kHz‑1 MHz) che riscalda il tessuto nervoso fino a 60‑80 °C. Questo calore provoca una coagulazione delle proteine e la denaturazione delle membrane cellulari, interrompendo la conduzione del segnale nociceptivo. Esistono due modalità principali: la RFA tradizionale, che produce una lesione termica continua, e la radiofrequenza pulsata (PRF), che eroga brevi impulsi di energia con temperature più basse, riducendo il rischio di danni collaterali. La scelta del nervo sovrascapolare è strategica perché innerva circa il 70 % della capsula articolare della spalla, contribuendo in modo significativo alla percezione del dolore. Lo studio retrospettivo ha utilizzato un design a coppie, confrontando i punteggi di dolore prima e dopo l’intervento con il test t di Student. Sebbene il risultato medio di riduzione del dolore sia statisticamente significativo (p < 0,01), la variabilità individuale è alta, con cinque casi di fallimento totale. Le limitazioni includono la mancanza di gruppo di controllo, la possibile selezione di pazienti più sensibili alla RFA e l’assenza di follow‑up a lungo termine. Per consolidare l’evidenza, futuri studi dovrebbero adottare protocolli randomizzati, includere misure di funzionalità della spalla (es. score Constant‑Murley) e valutare l’effetto combinato di RFA e terapia fisica. Inoltre, l’analisi di biomarcatori infiammatori pre‑ e post‑procedura potrebbe chiarire i meccanismi di modulazione del dolore oltre alla semplice lesione nervosa.
