Per decenni, gli studiosi di traduzione hanno creduto che il traduttore lavori su “rappresentazioni”: parole interne che corrispondono a concetti esterni. Immaginate di avere una mappa mentale di ogni frase da spostare da una lingua all’altra. Questo è il punto di vista rappresentazionalista, che vede la traduzione come una sorta di puzzle di simboli.
Negli ultimi anni, però, la scena è cambiata. Nuovi modelli più flessibili hanno introdotto l’idea che la traduzione dipenda anche dal contesto, dall’interpretazione e da probabilità. Qui entra in gioco la “Predictive Processing”: il cervello anticipa continuamente ciò che arriverà, confrontando le previsioni con le informazioni reali. In traduzione, il traduttore usa queste previsioni per scegliere la parola più adatta.
Ma c’è una teoria ancora più radicale: l’enattivismo. Gli enattivisti dicono che non esistono rappresentazioni interne fisse; la traduzione nasce dall’interazione corporea del traduttore con il testo, il contesto e le norme culturali. È un processo “self‑evidencing”, cioè il traduttore dimostra la propria comprensione attraverso l’azione stessa.
Il ponte tra le due visioni è il “Free Energy Principle”. Questa formula matematica, usata in neuroscienze, spiega come il cervello minimizzi l’incertezza (o “energia libera”) per adattarsi al mondo. Sia i rappresentazionalisti che gli enattivisti possono usarla: i primi per modellare le previsioni simboliche, i secondi per descrivere l’adattamento corporeo.
In sintesi, la traduzione non è più solo un gioco di simboli, ma un’attività dinamica dove mente, corpo e ambiente collaborano per dare senso a parole diverse.
