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Immagina l’università come una foresta: non è solo un edificio, ma un insieme di saperi, persone e pratiche che interagiscono. Un nuovo approccio, chiamato “sviluppo accademico ecologico”, vuole trasformare la tradizionale idea di “cambiamento” in una più profonda “crescita”.

Invece di vedere la scuola come un luogo statico, si pensa a un ciclo adattivo, simile a quello delle piante che si adattano al clima. Questo ciclo prevede quattro fasi: scoperta, espansione, riorganizzazione e rigenerazione. Quando l’università segue queste fasi, diventa più resiliente, cioè capace di resistere a crisi come tagli di budget o crisi climatiche.

Un altro pilastro è l’umiltà: riconoscere che nessuna disciplina possiede la verità assoluta. Così, gli “spazi di terzo livello” – laboratori, gruppi di studio e progetti interdisciplinari – diventano punti di incontro dove diverse conoscenze si mescolano e si arricchiscono.

Questo modello vuole anche allontanare l’università da valori “patologici” tipici del neoliberismo, come la competizione estrema e la ricerca del profitto a tutti i costi. Puntando su resilienza e umiltà, l’istituzione può diventare più sostenibile, inclusiva e pronta a formare cittadini capaci di affrontare le sfide ambientali del futuro.

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Il concetto di “ciclo adattivo” deriva dalla teoria ecologica di Holling (1973), che descrive come gli ecosistemi attraversino fasi di crescita rapida (exploitation), conservazione (conservation), rilascio (release) e riorganizzazione (reorganization). Trasponendo questo modello al contesto accademico, la fase di “exploitation” corrisponde all’introduzione di nuove discipline o metodologie; la “conservation” è il periodo di consolidamento delle conoscenze acquisite; il “release” avviene quando le strutture tradizionali mostrano segni di stress (es. crisi finanziarie, cambiamenti normativi); infine la “reorganization” porta a nuove forme di governance e pratiche didattiche.

La resilienza, in ecologia, è la capacità di un sistema di assorbire perturbazioni mantenendo la sua struttura e funzioni. Nell’università, ciò si traduce in politiche flessibili di finanziamento, curricula modulari e reti di collaborazione inter‑istituzionali. La ricerca di “umiltà epistemica” richiama la filosofia della scienza di Thomas Kuhn, che sottolinea come i paradigmi scientifici siano temporanei e soggetti a rivoluzioni.

Il “third‑space” è un concetto sociologico introdotto da Bhabha, che indica spazi ibridi dove culture diverse si incontrano e creano nuove identità. In ambito accademico, questi spazi favoriscono l’interdisciplinarità, la co‑creazione di conoscenza e la partecipazione attiva degli studenti. L’allontanamento dal neoliberismo implica una revisione dei criteri di valutazione accademica, spostando l’accento dal numero di pubblicazioni al valore sociale e ambientale della ricerca. Questo approccio può stimolare politiche di finanziamento basate su impatti reali, incentivare progetti di ricerca aperta e promuovere una cultura della responsabilità collettiva verso il pianeta.

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Fonti

Autori:
Ian M. Kinchin
Data Pubblicazione:
Articolo Originale www.mdpi.com
Verifica editoriale completata il 02/03/2026
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Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

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