Immagina l’università come una foresta: non è solo un edificio, ma un insieme di saperi, persone e pratiche che interagiscono. Un nuovo approccio, chiamato “sviluppo accademico ecologico”, vuole trasformare la tradizionale idea di “cambiamento” in una più profonda “crescita”.
Invece di vedere la scuola come un luogo statico, si pensa a un ciclo adattivo, simile a quello delle piante che si adattano al clima. Questo ciclo prevede quattro fasi: scoperta, espansione, riorganizzazione e rigenerazione. Quando l’università segue queste fasi, diventa più resiliente, cioè capace di resistere a crisi come tagli di budget o crisi climatiche.
Un altro pilastro è l’umiltà: riconoscere che nessuna disciplina possiede la verità assoluta. Così, gli “spazi di terzo livello” – laboratori, gruppi di studio e progetti interdisciplinari – diventano punti di incontro dove diverse conoscenze si mescolano e si arricchiscono.
Questo modello vuole anche allontanare l’università da valori “patologici” tipici del neoliberismo, come la competizione estrema e la ricerca del profitto a tutti i costi. Puntando su resilienza e umiltà, l’istituzione può diventare più sostenibile, inclusiva e pronta a formare cittadini capaci di affrontare le sfide ambientali del futuro.
