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Il patrimonio moderno (PM) è la parte più recente del nostro ambiente costruito: edifici, quartieri e infrastrutture nati tra la fine del XIX secolo e il 1970. Nonostante la loro importanza, questi luoghi sono spesso trascurati perché non rientrano né nel “vecchio” patrimonio storico né nel design contemporaneo. L’articolo di *Heritage* propone una metodologia per colmare questo vuoto: analizza testi, progetti e politiche per definire cosa conta davvero come “moderno”. Il risultato è una mappa concettuale che collega epoche, temi e tipologie, mostrando che il PM non è solo architettura del XX secolo, ma un crocevia di innovazioni tecnologiche, sociali e ambientali. Questa nuova definizione aiuta a riconoscere, proteggere e valorizzare edifici come le case di mattoni a vista, le fabbriche riconvertite o i complessi sportivi degli anni ’60. In pratica, la ricerca vuole rendere il patrimonio moderno più visibile, accessibile e apprezzato, spingendo le istituzioni a includerlo nei piani di tutela urbana. Così, le città potranno raccontare non solo le loro radici antiche, ma anche le storie recenti di cambiamento e sperimentazione che hanno plasmato il nostro presente.

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Il concetto di patrimonio moderno nasce dalla necessità di superare la dicotomia tradizionale tra “vecchio” e “nuovo”. Dal punto di vista metodologico, la ricerca di *Heritage* utilizza un approccio interdisciplinare che combina analisi documentale, GIS (Geographic Information Systems) e valutazione del valore culturale. La fase diagnostica parte da un corpus di 250 pubblicazioni, articoli e normative, classificandoli in quattro macro‑categorie: (1) tipologia costruttiva (es. strutture in cemento armato, facciate in vetro), (2) contesto storico‑sociale (es. boom edilizio post‑bellico, movimenti modernisti), (3) funzioni originarie e attuali (es. abitazioni, spazi industriali riconvertiti) e (4) impatto ambientale (efficienza energetica, riuso). L’analisi GIS permette di mappare la distribuzione geografica dei siti, evidenziando concentrazioni in aree urbane in rapido sviluppo. Inoltre, la valutazione del valore culturale si basa su criteri quali l’innovazione tecnologica, la rappresentatività di correnti architettoniche (Bauhaus, Brutalismo) e la capacità di testimoniare trasformazioni sociali (es. migrazioni interne, cambiamenti di uso). Il risultato è una matrice di “significatività” che può guidare le autorità nella designazione di aree di tutela. La metodologia è replicabile per altri tipi di patrimonio (es. industriale, digitale) e offre una base per politiche di conservazione più inclusive, integrando la sostenibilità ambientale con la valorizzazione del patrimonio recente.

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Fonti

Autori:
Mar Loren-MéndezRoberto F Alonso-Jiménez
Data Pubblicazione:
Articolo Originale www.mdpi.com
Verifica editoriale completata il 30/12/2025
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Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

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