Immagina di chiedere a tre amici di leggere la stessa recensione di un hotel e di dirti se il cliente è contento, arrabbiato o indifferente. Probabilmente sareste d'accordo quasi sempre. Ma se al posto degli amici metti tre versioni di ChatGPT? Le cose cambiano, e non poco.
Uno studio recente ha messo alla prova GPT-3.5, GPT-4 e GPT-4-mini usando il dataset HRAST: oltre 23.000 frasi reali scritte da viaggiatori veri e 2.000 frasi sintetiche create proprio dall'IA. L'obiettivo? Capire se le macchine sanno "leggere tra le righe" come un umano.
Risultato: tra di loro le IA vanno d'amor e d'accordo, soprattutto sui testi artificiali. Ma quando confrontiamo le loro etichette con quelle di un esperto umano, l'accordo scende a "moderato" o "scarso", specialmente sui sentimenti e sugli aspetti specifici (pulizia, colazione, wifi).
Il difetto principale? Una forte "tendenza alla neutralità". Di fronte a frasi ambigue, i modelli scelgono spesso "neutro" per non sbagliare, come uno studente che risponde "non so" all'interrogazione. Non solo: il modo in cui poni la domanda cambia tutto. Se guidi l'IA passo passo (prompting one-to-one) funziona meglio che se le dai in pasto mille recensioni insieme (batch).
Gli autori hanno battezzato tre "vizi" dell'IA: ripetitività, comportamento rigido e, appunto, neutralità eccessiva. Una lezione preziosa: se usiamo questi modelli per analizzare feedback reali o generare dati sintetici, dobbiamo conoscere i loro punti ciechi. L'IA non è un giudice imparziale, ma uno specchio che deforma leggermente la realtà.
