Nel 1954 la Convenzione di L'Aia ha creato la prima legge internazionale per salvare i beni culturali durante le guerre. Dopo 71 anni, il testo è ancora il punto di riferimento, ma la sua applicazione è piena di buchi. Alcune clausole, come quella sull’“imperativa necessità militare”, sono scritte in modo vago; così gli stati possono sostenere che distruggere un monumento sia indispensabile per la difesa. Anche il trasferimento di opere d’arte “per protezione” può diventare una scusa per nasconderle o venderle. Un altro punto debole è la confusione tra la fine dei combattimenti e il periodo di occupazione: senza una linea netta, le forze occupanti possono continuare a sfruttare i tesori culturali. Inoltre, il ritorno dei beni saccheggiati è regolato dal Primo Protocollo, che non tutti i paesi hanno ratificato, lasciando un vuoto legale. Oggi, con conflitti tra stati e gruppi terroristici, queste lacune diventano più pericolose. Per rendere la Convenzione più efficace, gli esperti chiedono definizioni più precise, obblighi più stringenti per il ritorno dei beni e un’estensione dei protocolli a tutti i firmatari. Solo così il patrimonio mondiale potrà essere davvero al sicuro anche nei momenti più bui.
La Convenzione di L'Aia del 1954 (articoli I‑IV) definisce i beni culturali come "oggetti di valore storico, artistico, archeologico, scientifico o religioso". L'articolo 4 consente la "relocation" dei beni per salvarli, ma richiede che la misura sia temporanea e che i beni siano restituiti al termine delle ostilità. La definizione di "imperative military necessity" è stata oggetto di dibattito nella Corte Internazionale di Giustizia (CIJ) nel caso del caso di Al‑Quds, dove la Corte ha sottolineato la necessità di una valutazione caso per caso, basata su criteri di proporzionalità e di necessità effettiva. Il Primo Protocollo (1970) introduce l'obbligo di restituire i beni sottratti, ma la sua ratifica è facoltativa; attualmente solo 71 stati hanno aderito, creando una disparità di protezione. Inoltre, la Convenzione non prevede sanzioni specifiche per violazioni, limitandosi a richieste di restituzione e a eventuali ricorsi diplomatici. Alcuni studiosi propongono l'introduzione di un meccanismo di monitoraggio indipendente, simile al Comitato per la Protezione del Patrimonio Culturale dell'UNESCO, con poteri di ispezione sul campo e la possibilità di imporre sanzioni economiche. Un altro suggerimento è l'ampliamento della definizione di "occupazione" per includere le aree controllate da gruppi non statali, in modo da estendere la protezione anche contro le organizzazioni terroristiche. Infine, la tecnologia di tracciamento satellitare e i database digitali dei beni culturali potrebbero supportare la verifica della loro integrità durante i conflitti, fornendo prove concrete in caso di violazioni.
