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Immagina di camminare tra le colline di Ōtaki, dove il vento porta con sé storie antiche e nuove. Qui l'artista Māori Hori crea opere che non sono solo dipinti o sculture, ma veri e propri dialoghi visivi. Le sue creazioni mescolano simboli tradizionali, come il *whakapapa* (genealogia) e il *whenua* (terra), con temi globali di giustizia sociale.

Il ricercatore che ha vissuto quell'ambiente racconta come l'arte di Hori diventi un “campo di negoziazione” sull’identità: ogni colore, ogni forma è una risposta alla colonizzazione e una proposta di rinascita culturale. Un momento chiave è Matariki, il capodanno Māori, che Hori celebra con installazioni che richiamano le stelle e invitano la comunità a riflettere sul proprio passato e futuro.

Questa pratica artistica è anche un esempio di “autoetnografia”: l'autore osserva se stesso mentre interpreta l'arte, riconoscendo che la sua prospettiva è influenzata dal contesto locale. Così, l'analisi diventa un processo relazionale, dove il significato nasce dal confronto tra esperienze locali e movimenti artistici internazionali. In sintesi, le opere di Hori mostrano come estetica e politica possano intrecciarsi, trasformando l'arte in uno strumento di memoria, potere e identità per le nuove generazioni Māori.

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L'approccio autoetnografico adottato nello studio di Hori si inserisce nella tradizione della ricerca qualitativa che privilegia la reflexivity del ricercatore. In questo caso, l'autore utilizza la propria esperienza sensoriale e emotiva a Ōtaki per contestualizzare le pratiche artistiche all'interno di un quadro postcoloniale. La teoria della decolonizzazione visiva, proposta da studiosi come Linda Tuhiwai Smith, sostiene che l'arte può fungere da veicolo per smontare narrazioni eurocentriche, ricostruendo epistemologie indigene basate su concetti di *whakapapa* e *whenua*.

Nel contesto di Matariki, le installazioni di Hori operano come “rituali di rinnovamento” che attivano la memoria collettiva attraverso la materialità delle opere: l'uso di materiali locali, la rappresentazione delle costellazioni e la partecipazione comunitaria creano un ciclo di feedback tra arte e pubblico. Dal punto di vista della sociologia dell'arte, questo fenomeno si avvicina al concetto di "arte sociale" (socially engaged art), dove l'artista assume il ruolo di facilitatore di dialoghi critici su potere, identità e territorio.

Le sfide epistemologiche emergono quando il ricercatore deve bilanciare la propria posizione di osservatore esterno con la necessità di rispettare le pratiche culturali interne. La metodologia reflexive implica una costante negoziazione di significati, evitando l'imposizione di categorie accademiche predefinite. In sintesi, l'analisi di Hori dimostra come l'arte possa operare come linguaggio transnazionale, capace di tradurre esperienze locali in discorsi globali di resistenza e riconciliazione.

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Fonti

Autori:
Elżbieta Perzycka-Borowska
Data Pubblicazione:
Articolo Originale www.mdpi.com
Verifica editoriale completata il 17/01/2026
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Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

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