Il clima sta cambiando più in fretta di quanto pensiamo, e i governi hanno tirato fuori una serie di strumenti per frenare le emissioni di CO₂. I più famosi sono le tasse sul carbonio e i sistemi di scambio di quote (ETS), che mettono un prezzo al gas serra. Ma funzionano davvero?
Studi recenti, raccolti in una “umbrella review”, mostrano che questi meccanismi riducono le emissioni, ma con risultati diversi a seconda del paese e del settore. In Europa, ad esempio, un aumento di 10 euro per tonnellata di CO₂ ha tagliato le emissioni di circa il 2‑3 %, mentre in altre regioni l’effetto è più debole. Il problema? Spesso il prezzo è troppo basso o le quote sono troppo abbondanti, così le aziende non sentono la pressione.
Dall’altra parte ci sono i mercati volontari e i progetti di compensazione, come REDD+. Qui la questione è più complessa: molti progetti promettono di assorbire CO₂, ma gli esperti segnalano problemi di “additionalità” (se il progetto sarebbe avvenuto lo stesso), permanenza e doppio conteggio. In pratica, il loro impatto reale è spesso sovrastimato.
La conclusione è chiara: le tasse e gli ETS sono strumenti indispensabili, ma devono essere più severi e meglio progettati. I mercati volontari, invece, hanno ancora molta strada da fare per diventare affidabili. Solo così potremo sperare di tenere sotto controllo il riscaldamento globale.
