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Nel 2019 il museo regionale di Cáceres, in Spagna, ha ricevuto un pendente a forma di testa, detto fenicio‑punico, scoperto nei pressi della città. Prima di comprarlo, gli esperti hanno dovuto capire se fosse davvero antico o una replica moderna.

Le prime analisi tradizionali – tipologia e tecniche di fabbricazione – hanno già sollevato dubbi: il design non corrispondeva a quello tipico dell’età del ferro. Per andare oltre, i ricercatori hanno usato il VP‑SEM‑EDS, una microscopia elettronica che, senza toccare l’oggetto, legge la composizione chimica del vetro.

I risultati hanno mostrato elementi e coloranti tipici dei vetri prodotti negli ultimi decenni, come ossidi di piombo e di stagno, assenti nelle ricette del Mediterraneo antico. Confrontando questi dati con ricette storiche e moderne, è emerso che il pendente è stato realizzato con vetri contemporanei, colorati e opacizzati con tecniche attuali.

Questa scoperta dimostra quanto sia importante testare le opere prima di acquistarle per i musei: le tecnologie non invasive possono svelare falsi che altrimenti ingannerebbero anche gli esperti più attenti. Inoltre, coinvolgere la comunità locale nella segnalazione di reperti può aiutare a proteggere il patrimonio, ma richiede sempre una verifica scientifica rigorosa.

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L’analisi VP‑SEM‑EDS (Variable Pressure Scanning Electron Microscopy with Energy Dispersive Spectroscopy) consente di ottenere spettri elementari ad alta risoluzione su campioni non conduttivi, come il vetro antico, senza la necessità di rivestimenti metallici. In questo caso, la scansione ha evidenziato picchi di piombo (Pb) e stagno (Sn) associati a pigmenti opacizzanti moderni, tipicamente usati per ottenere tonalità di verde e blu intensi nei vetri del XX secolo. Inoltre, la presenza di sodio (Na) e calcio (Ca) in proporzioni non compatibili con le ricette fenicie, che prediligevano silice, soda e calce in rapporti più stretti, ha ulteriormente confutato l’attribuzione al periodo ironico.

Le ricette di vetro fenicio, ricostruite da analisi di reperti autentici, mostrano l’uso di sabbia di quarzo, soda e calce, con aggiunte di antimonio o rame per colorazioni limitate. Al contrario, i vetri moderni impiegano ossidi di piombo per aumentare la densità e la brillantezza, e composti di stagno per stabilizzare le tonalità. L’analisi isotopica del piombo, se disponibile, può anche distinguere tra fonti geologiche antiche e moderne, poiché i profili isotopici Pb‑206/Pb‑207 differiscono significativamente.

Un ulteriore passo di verifica consiste nell’eseguire micro‑Raman o FTIR per identificare legami molecolari dei coloranti organici, spesso assenti nei vetri antichi. L’integrazione di questi metodi non distruttivi fornisce una “carta d’identità” chimica dell’oggetto, permettendo di confrontare i risultati con database di vetri archeologici e industriali. Questo approccio multidisciplinare è ora considerato lo standard per la valutazione dell’autenticità di reperti di vetro, riducendo il rischio di acquisire falsi e proteggendo il patrimonio culturale con rigore scientifico.

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Fonti

Autori:
Valentina LončarićPedro BarrulasJosé Miguel González BornayMafalda Costa
Data Pubblicazione:
Articolo Originale www.mdpi.com
Verifica editoriale completata il 17/01/2026
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Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

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