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Nel cuore delle Ande peruviane, a Tecsecocha, Ccorca, si trovano antichi dipinti su roccia che raccontano storie di uomini e camelidi. Per studiarne i colori senza toccare le opere, gli scienziati hanno usato uno strumento portatile chiamato Capsure di XRite. Questo dispositivo, simile a un piccolo scanner, misura la luce riflessa tra 400 e 700 nanometri, restituendo un codice di colore NCS, un linguaggio universale per descrivere le sfumature visibili.

I risultati mostrano che il bianco e il rosso dominano la tavolozza, ma con tante varianti. I codici più frequenti, S2030‑Y70R e S3010‑Y40R, indicano gialli con una forte influenza rossa (70% e 40%). Nei disegni antropomorfi, la percentuale di rosso varia leggermente, suggerendo che gli artisti antichi hanno modulato la pigmentazione a seconda della figura. Per le rappresentazioni dei camelidi, le tonalità spaziano da S3005‑Y20R (giallo con poco rosso) a S2030‑Y70R (giallo molto rosso).

Questa analisi non richiede campioni fisici, quindi le pitture rimangono intatte. Il metodo apre nuove strade per confrontare le tecniche pittoriche tra diversi siti andini e per capire come gli antichi percepivano e combinavano i colori. In futuro, questi dati potranno aiutare a monitorare l’erosione cromatica dovuta a fattori ambientali, preservando così un patrimonio culturale unico.

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La spettrofotometria di colore si basa sulla legge di Lambert‑Beer, che collega l’assorbimento di luce a concentrazioni di pigmenti. Nel caso dei dipinti rupestri, la sfida è la natura eterogenea del supporto roccioso, che può diffondere la luce in modo non uniforme. Il dispositivo Capsure utilizza una sorgente di luce a LED calibrata e un sensore a spettro completo per catturare la risposta spettrale della superficie. I dati grezzi vengono convertiti in coordinate NCS (Natural Color System), che descrivono il colore in termini di tonalità (Hue), saturazione (Chroma) e luminosità (Blackness).

I codici S2030‑Y70R e S3010‑Y40R indicano rispettivamente una tonalità di giallo con 70% e 40% di rosso, con una saturazione di 30 e 10 unità NCS. Queste variazioni possono derivare da diversi fattori: la composizione chimica dei pigmenti (ad esempio, ocra rossa vs. gesso bianco), la dimensione delle particelle, o la quantità di legante organico usato dagli antichi pittori. Inoltre, l’interazione tra pigmenti e substrato roccioso può provocare fenomeni di migrazione ionica, alterando leggermente la percezione cromatica nel tempo.

L’approccio non invasivo consente di creare mappe cromatiche digitali ad alta risoluzione, utili per confronti statistici tra siti archeologici. Con l’analisi multivariata (PCA, clustering), è possibile identificare gruppi di tonalità correlati a specifiche fasi culturali o a tecniche di preparazione del pigmento. Queste informazioni, integrate con dati archeometrici (datazione al radiocarbonio, analisi isotopiche), arricchiscono la ricostruzione delle pratiche artistiche precolombiane e supportano strategie di conservazione mirate.

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Fonti

Autori:
Carlos Guillermo Vargas Febres
Data Pubblicazione:
Articolo Originale www.mdpi.com
Verifica editoriale completata il 03/04/2026
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Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

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