Negli ultimi anni la cybersicurezza ha iniziato a sfruttare la realtà virtuale (VR), aumentata (AR) e mista (MR) per creare mappe operative più intuitive. Queste mappe, chiamate "cyber common operating pictures", aiutano gli esperti a capire rapidamente cosa sta succedendo in reti complesse. Il problema è che i dati di sicurezza sono sempre più numerosi, multidimensionali e eterogenei, il che può nascondere informazioni cruciali e sovraccaricare la mente di chi li analizza. Tradizionalmente, mouse e tastiera richiedono molta attenzione e aumentano lo sforzo cognitivo. Le tecnologie immersive, invece, offrono visualizzazioni tridimensionali e interazioni naturali, come gesti o sguardi, che riducono il carico mentale. Il nuovo studio pubblicato su JCP ha raccolto e classificato tutti i sistemi di Immersive Cyber Situational Awareness (ICSA) esistenti, identificando le tecniche di visualizzazione, i metodi di interazione e i livelli di consapevolezza (percezione, comprensione, proiezione). Gli autori propongono un framework di riferimento che collega le tecnologie immersive ai diversi livelli di consapevolezza, suggeriscono direzioni future di ricerca e analizzano le implicazioni industriali. In pratica, grazie a VR, AR e MR, gli analisti potranno vedere attacchi in tempo reale come se fossero oggetti 3D, manipolarli con le mani e prevedere le loro evoluzioni, rendendo la difesa più rapida ed efficace.
L’articolo analizza la complessità dei dataset di sicurezza, tipicamente costituiti da flussi di log, pacchetti di rete, eventi di sistema e indicatori di compromissione (IoC). Questi dati hanno caratteristiche ad alta dimensionalità (es. timestamp, indirizzi IP, porte, protocolli) e variano in tempo reale, creando un problema di "data occlusion" dove informazioni rilevanti possono essere nascoste da rumore. Le soluzioni immersive affrontano questo problema mediante tecniche di visual analytics, come la mappatura di metriche di rischio su superfici 3D o l’uso di grafi interattivi che evidenziano relazioni tra entità. Inoltre, l’interazione gestuale riduce il carico cognitivo rispetto a interfacce tradizionali, sfruttando la teoria della "cognitive load" di Sweller: la memoria di lavoro è liberata quando le operazioni di navigazione e selezione sono più naturali. Il framework proposto classifica le tecniche in tre livelli di consapevolezza: percezione (rilevamento di anomalie), comprensione (analisi delle cause) e proiezione (previsione di scenari futuri). Per la valutazione, gli autori suggeriscono metriche quantitative (tempo di risposta, accuratezza di rilevamento) e qualitative (soddisfazione dell’utente, immersione percepita). Le sfide future includono l’integrazione di intelligenza artificiale per il filtraggio automatico dei dati, la scalabilità delle visualizzazioni in ambienti cloud e la standardizzazione di protocolli di interoperabilità tra piattaforme immersive.
