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Unire dati provenienti da fonti diverse permette di avere una visione più completa delle persone, ma può anche aumentare i rischi per la privacy. Per questo nasce il privacy‑preserving record linkage (PPRL), un insieme di tecniche che collegano record senza rivelare informazioni sensibili. Tra le strategie più usate ci sono la crittografia, la de‑identificazione e la separazione rigorosa dei ruoli: chi gestisce i dati non può vederli in chiaro, ma può comunque combinarli in modo sicuro. Il vero segreto, però, non è solo la tecnologia, ma anche l’architettura del sistema. Il nuovo framework proposto è indipendente dalla tecnologia specifica e si concentra su quattro pilastri: definizione chiara dei ruoli (come data provider, linkage unit e data consumer), flussi di dati controllati, controlli di sistema (audit, logging, policy enforcement) e valutazioni di privacy (analisi del rischio, test di anonimato). Grazie a questi elementi, i dati collegati mantengono la protezione originale e non introducono nuovi pericoli. Il modello aiuta a capire come i sistemi PPRL attuali difendono la privacy e fornisce una guida pratica per chi vuole costruirne di nuovi, garantendo che la potenza dei dati non si traduca in vulnerabilità per le persone.

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Il framework proposto si basa su una architettura a più livelli che separa le funzioni di preprocessing, matching e post‑processing. Nel preprocessing, i dati grezzi vengono trasformati mediante tecniche di hashing crittografico o di tokenizzazione, garantendo che gli identificatori diretti (come nome e codice fiscale) non siano mai esposti. Il matching avviene su questi token, spesso usando algoritmi di similarità basati su distance metrics (ad esempio, Jaccard o Levenshtein) adattati a spazi hash. Per migliorare l’accuratezza, si possono impiegare approcci di fuzzy matching combinati con regole di business, mantenendo però la privacy grazie a protocolli di Secure Multi‑Party Computation (SMPC) o di Homomorphic Encryption, che permettono di calcolare la corrispondenza senza decrittare i dati. Il post‑processing include la de‑identificazione finale e la generazione di un dataset linkato con attributi aggregati, pronto per analisi statistiche. I controlli di sistema prevedono audit trail immutabili, basati su blockchain o log firmati digitalmente, per tracciare ogni operazione. Le valutazioni di privacy si basano su metriche come l’ε‑differential privacy, che quantifica la probabilità di inferire informazioni su un individuo a partire dal dataset linkato. Inoltre, si eseguono test di re‑identificazione simulati, confrontando il rischio di linkage con soglie accettabili definite da normative (GDPR, HIPAA). Il framework incoraggia l’adozione di policy di “least privilege” e di “need‑to‑know”, limitando l’accesso ai dati solo a chi ne ha realmente bisogno per il compito specifico, riducendo così la superficie di attacco. In sintesi, il modello combina crittografia avanzata, separazione dei ruoli, controlli di audit e metriche di privacy quantitative per garantire che il processo di record linkage sia sia efficace che rispettoso della riservatezza dei soggetti.

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Fonti

Autori:
Zixin Nie
Data Pubblicazione:
Articolo Originale www.mdpi.com
Verifica editoriale completata il 13/02/2026
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Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

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