Negli ultimi anni gli attacchi informatici offensivi sono diventati più frequenti, ma pochi pensano alle conseguenze per la vita di tutti i giorni. Un gruppo di ricercatori ha analizzato 74 studi su questo fenomeno, chiamato "cyber collateral damage" (CCD), per capire quanto le reti, le scuole o gli ospedali possano risentirne. I lavori sono stati divisi in quattro macro‑aree: legale, etica, orientata al targeting e economica. La prima si occupa di leggi e regole, la seconda di cosa è giusto o sbagliato, la terza studia come scegliere i bersagli e la quarta misura i costi economici. Nonostante la crescita di queste ricerche, rimangono grandi buchi: la maggior parte degli studi guarda solo al punto di vista militare, trascurando i danni reali alle persone. Gli autori propongono di inserire stime di danni collaterali nei piani nazionali di difesa cibernetica e di sfruttare nuovi dataset aperti per capire quali strumenti informatici provocano più problemi. Inoltre, notano che le definizioni di CCD variano molto tra gli studiosi, rendendo difficile confrontare i risultati. In sintesi, per proteggere la società è necessario un approccio più integrato, che unisca diritto, etica, analisi dei bersagli e dati economici, così da ridurre al minimo le ripercussioni sugli utenti comuni.
Il concetto di cyber collateral damage (CCD) è stato formalizzato per la prima volta nei primi anni 2010, quando gli attacchi informatici hanno iniziato a colpire infrastrutture critiche come reti elettriche e sistemi di trasporto. Dal punto di vista metodologico, la revisione sistematica ha seguito le linee guida PRISMA, garantendo trasparenza nella selezione degli articoli e nella valutazione della qualità. Le categorie legali includono analisi di trattati internazionali, come il diritto di guerra informatica, e la normativa nazionale su responsabilità e risarcimento. L’aspetto etico si basa su principi di giustizia distributiva, valutando come i danni si distribuiscano tra popolazioni vulnerabili. La ricerca orientata al targeting utilizza modelli di vulnerabilità (CVSS) per prevedere l’impatto di exploit su sistemi non militari. Dal punto di vista econometrico, gli autori impiegano regressioni a variabili dummy per isolare l’effetto di un attacco su indicatori macroeconomici, come il PIL regionale o il tasso di disoccupazione. Tuttavia, la mancanza di dati aperti e standardizzati limita la capacità di quantificare il CCD in modo comparabile. Le proposte future includono la creazione di un repository pubblico di incidenti, con metadati dettagliati su vettori di attacco, durata, e impatto socio‑economico, oltre a un framework di valutazione del rischio che integri metriche di resilienza delle infrastrutture civili. Un approccio multidisciplinare, che combini diritto, etica, ingegneria e scienze sociali, è fondamentale per sviluppare politiche di mitigazione efficaci e per garantire che le future operazioni offensive siano valutate non solo per il loro valore tattico, ma anche per le conseguenze sulla popolazione civile.
