Immagina di tenere in mano il telefono mentre firmi un pagamento o accedi alla tua identità digitale europea. Tutto sembra sicuro, ma c'è un dettaglio che pochi considerano: ogni volta che il processore fa un calcolo crittografico, emette deboli segnali elettromagnetici. Sono come sussurri invisibili che, se intercettati con l'attrezzatura giusta, possono rivelare le chiavi segrete che proteggono i tuoi dati.
Un team di ricercatori ha messo alla prova questa idea su due dispositivi moderni: un Raspberry Pi 4 e un Fairphone 4 con processore Snapdragon 750G. Hanno usato una tecnica chiamata "Nonce@Once" per rubare le chiavi ECDSA — lo standard che firma messaggi e transazioni — direttamente dalla libreria OpenSSL. Sorpresa: anche la contromisura di libgcrypt, progettata per bloccare questi attacchi, non basta.
Il problema è che i nuovi system-on-chip sono fitti di core eterogenei, lavorano a oltre 2 GHz e usano processi sotto i 10 nanometri. Questa complessità crea più "rumore", ma anche più opportunità per chi sa dove guardare. Lo studio mappa poi come Android gestisce la crittografia oggi e disegna scenari di minaccia realistici per l'imminente portafoglio EUDI.
La conclusione è netta: le implementazioni software hanno falle. La vera difesa serve un elemento sicuro (SE) certificato in modo indipendente, fisicamente isolato dal processore principale. Finché non sarà standard su tutti i telefoni, i tuoi segreti digitali potrebbero essere più esposti di quanto pensi.
