I grandi modelli di linguaggio (LLM) sono bravi a capire il linguaggio, ma spesso inciampano quando devono collegare termini biomedici ai loro codici standard, come quelli dell’Human Phenotype Ontology (HPO). Questo errore può compromettere applicazioni cruciali, dalla medicina di precisione al supporto decisionale clinico. Gli scienziati hanno scoperto che la “conoscenza pregressa” del modello, acquisita durante il pre‑training, è il fattore chiave per capire se il fine‑tuning migliorerà o meno la precisione.
Tre modi per misurare questa conoscenza: (1) “probabilità latente”, ovvero le associazioni nascoste rivelate da prompt casuali; (2) “conoscenza parziale di subtokens”, cioè la capacità del modello di generare parti corrette dell’identificatore; (3) “familiarità del termine”, stimata dal numero di volte che il termine appare nella letteratura biomedica. I risultati mostrano che i termini con conoscenza intermedia – la cosiddetta “zona reattiva” – sono quelli che più variano dopo il fine‑tuning: alcuni migliorano notevolmente, altri peggiorano. Quando la conoscenza parziale è debole o media, o quando la probabilità latente è sconosciuta o debole, il fine‑tuning porta i più grandi guadagni. In pratica, il successo dell’iniezione di conoscenza dipende da quanto il modello conosce già il legame termine‑codice prima di essere affinato.
